Into the wild e l’arte di camminare da soli

Into the wild e l’arte di camminare da soli

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La notizia della rimozione del Magic Bus di Alexander Supertramp (pseudonimo di Christopher McCandless) ha senza dubbio destato scalpore e ci ha resi un po’ più nostalgici di prima. Se ne va un’istituzione, seppur per un motivo più che valido. Anche io ci ho riflettuto sopra: la storia di Alexander, la sua decisione di andare a vivere nella solitudine dell’Alaska mi hanno sempre spinta a pormi delle domande. Anni fa ne parlavo spesso anche con i miei amici, la sera, seduti sulle mitiche seggiole di plastica bianca da giardino. Proprio quelle su cui tutti abbiamo avuto le nostre migliori conversazioni notturne. È stata una scelta di vita saggia, la sua? La condivido? Lo avrei fatto? È una decisione che richiede sicuramente tanto coraggio, e forse un livello di stanchezza del mondo insostenibile.

Il suo viaggio in solitaria mi affascina da sempre e il libro in cui viene raccontato, Nelle terre estreme di Jon Krakauer (edito in Italia da Corbaccio), è altrettanto un’esperienza fuori dal tempo. Ho visto il film infinite volte, complice anche una colonna sonora che ha segnato la mia adolescenza. Con questa storia impressa nella mente ho provato a trarre delle conclusioni sul viaggio e sulla solitudine, prendendo spunto, oltre che dall’esperienza di Alexander, anche dal caos che caratterizza la mia.

La felicità è reale solo se condivisa

«La felicità è reale solo quando è condivisa». Queste parole di Tolstoj nella Felicità familiare (1859), scoperte dal protagonista del film all’interno di un libro, hanno influito su gran parte della mia adolescenza. Io, ragazza timida, riservata e che voleva a tutti i costi sentirsi emancipata e indipendente, non accettavo la convinzione per cui solitudine fosse sinonimo di tristezza. «La felicità è un fattore privato» dicevo. Ne sono stata convinta e mi sono incaponita per anni; fino al 2012, quando lavoravo in un hotel. La mia titolare era una ragazza sulla trentina, che non era ben vista per il suo carattere rigido e severo. Una sera, non so per quale motivo, poco prima che finisse il turno ha deciso di raccontarsi a me. Mi ha parlato dei suoi viaggi in solitaria, di quanto fosse bello non avere vincoli, della meraviglia di sentirsi liberi da tutti. A diciassette anni pensi di non avere bisogno di nessuno, quindi la guardavo con un’ammirazione sconfinata. E poi, con una frase, ha stravolto ogni mia credenza accumulata fino ad allora: «Sono arrivata nella Piazza Rossa, a Mosca, ho provato un’emozione immensa e indescrivibile, mi sono voltata ma non avevo nessuno a cui dirlo». Mi è crollato tutto. Forse nel raccontarlo ha pianto, forse sono stata io a piangere quando sono tornata a casa. Nella mia immaginazione può darsi abbia romanzato questa storia per poter trarre le mie conclusioni, non me lo ricordo. Tuttavia, ho avuto la conferma di una cosa che mi è stata fondamentale in futuro: viaggiare in solitaria è diverso dal viaggiare da soli.

Autodifesa da solitudine

È possibile viaggiare da soli anche in compagnia, ho capito. Qualche estate fa sono stata tre settimane a Parigi, dal mio petit ami di quell’estate francese, Maxime. Mi sembra una ragazzata a ripensarci, ma ero davvero felice. Ho preso il treno notturno da sola e ho dormito con tre sconosciuti in una cuccetta scomodissima. Ho provato l’esperienza di lavarmi i denti nel bagno di un treno. Non ho avuto il coraggio di esplorare l’area ristorazione per timore di non ritrovare più il mio posto. Ho spiegato fiera ai tre ragazzi francesi in cabina con me dove stavo andando e perché (non che me lo avessero chiesto). «Maxime sarà la mia guida, il mio Cicerone nella petite ville lumière». Mi sentivo come in un film, Jeanne Damas la mia mesta icona di stile. Non è mai andata così: quando la compagnia è sbagliata il viaggio intero diventa sbagliato, e l’unica cosa che ricordo ora di Parigi è che “la Torre Eiffel me la immaginavo più alta.  Tra noi non c’era comunicazione, faticavamo a capire le esigenze e le richieste l’una dell’altro. Non lo vedevo particolarmente affascinato dalla sua stessa città, e la sua voglia di mostrarmela e assecondarmi era molto bassa. Ne consegue che ho rinunciato a tante visite (e fotografie buffe) per il quieto vivere. Vedendo il suo scarso entusiasmo e il suo interagire inesistente ho minimizzato la città, come faceva lui. Mi ripeteva «non è niente di che, non so perché tu voglia visitare questo luogo». E io mi ritrovavo a dargli ragione; sono facilmente influenzabile. Ma non credo proprio fosse nel giusto: quei posti e quei paesaggi erano spettacolari sul serio. Da quel viaggio ho portato a casa solo una grande amarezza, temo. Associandola alle circostanze in cui mi sono trovata, nella mia mente ho sminuito quella che immaginavo come la mia città del cuore. Una sorta di triste meccanismo di autodifesa.

Questa serie di disavventure ha fatto sì che capire cosa significasse realmente “viaggiare in solitaria” diventasse missione di vita, stanca della convinzione secondo cui viaggiare da soli sia sinonimo di introversione, e per questo negativo. Conservo ancora lo spirito anarchico della me diciassettenne, e ancora adesso in ogni esperienza cerco la mia indipendenza. Ho superato da poco il trauma della mia disavventura francese e non ho ancora veramente viaggiato da sola, ma sono partita da altre cose più piccole. Una cena fuori, un vino al bar, un film al cinema, una passeggiata in campagna, una gita al museo in solitaria. Queste esperienze, che prima avrei affrontato solo in compagnia, hanno iniziato a farmi stare bene.

La malga

Il modo migliore che conosco per schiarirmi le idee (dopo i classici due giorni chiusa nella mia stanza a piangere) è uscire all’aria aperta e camminare. Non sono una grande sportiva, quindi non mi permetto escursioni troppo impegnative, e perciò anche solo vedere uno sconfinato paesaggio e un cielo limpido sopra la mia testa mi rasserena. Mi piace pensare che sia dovuto al fatto che ho imparato a camminare in montagna, aiutata da mio nonno, stando ai racconti di mia mamma. Mi piace credere di avere un rapporto privilegiato con la montagna e gli spazi grandi e verdi. Il mio posto per antonomasia dove camminare e sentirmi bene sono le malghe. Tra il Trentino e il Veneto ce ne sono tantissime, ognuna diversa dall’altra, ma fondamentalmente tutte uguali: viste sconfinate, sentieri sterrati, sensazione di mal d’auto per arrivare lassù in cima. Poi arrivi, scendi dalla vettura e ti senti finalmente a casa. Il paesaggio montano, le mucche che camminano noncuranti vicine alle persone, i sentieri che si diramano inerpicandosi per le vallate: sembra un altro pianeta. Mi piace camminare lì, stando in silenzio, senza condividere con nessuno i miei pensieri. C’è una sensazione di primordialità che mi appartiene e che questo luogo fa tornare a galla. Il tempo si ferma quando sono in montagna. Non esistono le responsabilità, la fretta, la paura dell’ignoto. Non sento l’esigenza di girarmi e controllare se qualcuno sta vedendo proprio quello che vedo io. La malga è la mia gita in solitaria. Abbandono tutto e tutti per addentrarmi in un universo che sembra non avere regole, come Alexander che se ne va in Alaska. L’unica differenza tra di noi è che le mie fughe hanno carattere decisamente meno definitivo e non contemplano, per mia fortuna, terre troppo selvagge.

The Italians’ “brutta figura”

Mia mamma mi confessa sempre che non si ferma al bar a prendere un caffè da sola perché si vergogna. Credo sia insito nel nostro inconscio associare la compagnia a ogni attività in pubblico: da un lato lo capisco, è normale imbarazzarsi a fare una cosa che per tutti è imbarazzante. Noi italiani tendiamo a indugiare lo sguardo sugli altri in ogni circostanza, senza motivo. Non sei speciale o particolare, semplicemente ti fissiamo con invadenza. Immagino, quindi, che dinanzi a un atteggiamento poco normalizzato per la nostra cultura, come bere un caffè da soli in completa solitudine, ci sentiamo doppiamente legittimati a fissare con curioso dubbio. Non vorrei cadere nel campanilismo al contrario, ma si tratta per davvero di una caratteristica tipica del nostro Paese.

Quando sono al bar da sola le persone si sentono autorizzate ad avvicinarsi. Forse danno per scontato che l’assenza di compagnia sia una scelta non dipesa da me. La faccenda si aggrava se decido anche di vestirmi bene. Nei casi più viscidi ricevo maldestre avances, nei casi più delicati semplici chiacchiere da lontano. Nei casi più estremi invasione dello spazio personale con gente che si siede al mio tavolo. È rischioso essere una persona solitaria, oggi, proprio perché non è ancora compreso del tutto. Non è un comportamento totalmente interiorizzato. Un consiglio spassionato: se vedete una persona da sola e vi pare tranquilla e a suo agio, lasciatela stare.

Altre volte siamo noi stessi ad autoimporci la compagnia. John Hopper, nel suo libro The Italians, la chiama la sindrome della “brutta figura”. Leggere il libro inglese fa ancora più ridere perché lui la chiama proprio in italiano: “brutta figura”. Siamo ossessionati dall’idea di come veniamo percepiti dagli altri. Hopper intende come veniamo percepiti all’estero, ma la verità è che ci preoccupiamo di ciò anche su suolo nazionale. Cosa penseranno di noi e di quello che stiamo facendo? Sembriamo stupidi? Abbiamo un ego talmente grande da pensare che a qualcuno importi davvero della nostra vita? Non ho la verità in tasca, non so se a qualcuno davvero importa o se semplicemente fissano perché “noi italiani siamo fatti così”. Jep Gambardella diceva: «Non mi va di perdere tempo a fare cose che non mi va più di fare». E a me non va più di restare a casa.

Ma quindi cosa significa viaggiare da soli? L’apice dell’emancipazione o un’esperienza rischiosa? Cosa fare se, partita in viaggio da sola, trovassi persone malintenzionate o fissatori seriali? Non mi voglio addentrare in discorsi moralisti su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato fare. Non voglio nemmeno consigliare quali precauzioni prendere, quelle sono a discrezione dei viaggiatori stessi. D’altro canto, rispettare gli spazi altrui dovrebbe essere nell’indole di ciascuno di noi, e non dovrebbe essere una preoccupazione del singolo viaggiatore. Nel mio mondo utopico il buonsenso e l’educazione vengono insegnati sin da piccoli, e nessuno disturba nessuno. Ma per ora è appunto solo un mondo utopico.

Credo che viaggiare (ma più in generale fare qualsiasi cosa) da soli comporti, in primis, una grande conoscenza di se stessi: perché lo faccio? Voglio vivere un’esperienza nuova, o semplicemente sono da sola e non ho alternative? Nel secondo caso i rischi di vivere male la situazione sono più alti. Gli esempi sono la mia esperienza in Francia o quella della mia responsabile in Russia. Allora tra le cose da mettere in valigia, in borsa o in tasca, secondo me, la prima è la consapevolezza di ciò che si sta facendo e perché. I consigli, le mappe, le timide amicizie, poi, valgono la pena della famosa “brutta figura”.

Illustrazione di Noemi D’Atri.