Marco Cuccu, Un autobus di nome Gaia: fiaba su asfalto

Marco Cuccu, Un autobus di nome Gaia: fiaba su asfalto

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Dopo Guardami di Andrea Bocca, un racconto fantascientifico e distopico dalle tinte malinconiche, la Guida propone un secondo racconto ai visitatori della Galleria.

Un autobus di nome Gaia, una fiaba moderna di Marco Cuccu, racconta l’incontro di una bambina con la bella conducente di un autobus colorato e surreale. Grazie a uno stile fresco e mai superficiale, si è dolcemente guidati nello svelarsi della fabula; e alla fine, come in ogni fiaba, una morale, in questo caso agrodolce, avvolge il lettore. Come se l’autobus fosse lì anche per lui, non solo per la bambina.
Come in Tonari no Totoro (Il mio vicino Totoro), classico dell’animazione giapponese targato Studio Ghibli, il linguaggio della fantasia è la principale  chiave di lettura.  Partendo dal candore e dall’ingenuità dell’infanzia si giunge, in poche e dense righe, alla consapevolezza e alla rassegnazione degli adulti.

Introduzione e scouting di Jenny Scheiding.

Un autobus di nome Gaia

L’autobus si fermò dolcemente sul ciglio erboso della strada. 
Era giallo acceso, con la fiancata decorata da fiori variopinti, animali sorridenti, nuvole candide e arcobaleni sgargianti. Tra i disegni spiccava una scritta a grandi lettere colorate: GAIA.
La porta anteriore si aprì di fronte alla bambina seduta sull’erba, che si guardava le mani con aria assorta. Indossava mantella e stivaletti di gomma, entrambi inzaccherati, e non sembrava infastidita dalla pioggia. Era una pioggerellina leggera ma insistente che rendeva uggiosi il cielo e la terra, senza però riuscire a smorzare l’allegria trasmessa dall’autobus.

«Ciao, sei pronta a partire?»
La voce, solare e melodiosa, era della giovane donna al volante. La bambina alzò gli occhi verso di lei e per poco non le mancò il fiato tanta era la sua bellezza: lunghi capelli mossi e rossi come il fuoco, occhi del blu profondo dei laghi di montagna, pelle candida che si accendeva di un bel rosa sugli zigomi, e un meraviglioso sorriso. Indossava una divisa impeccabile, blu con bottoni dorati. Le mani, coperte da eleganti guanti bianchi, rimasero ferme sul volante.

«Su, non essere timida. È ora di andare.»
Fece l’occhiolino alla bambina, che allora si alzò e fece per salire sull’autobus, incantata dalla bella conducente. Posò il piede sul predellino, e lì si fermò.
«Aspetta, non voglio sporcare» si scusò con la giovane autista, abbassando lo sguardo sullo stivaletto sporco e ritraendo il piede.
«Non ti preoccupare. Puoi anche salire scalza.»
«Dici davvero?» esclamò la bambina strabuzzando gli occhi, non credendo alle sue orecchie. Non era mai uscita di casa senza scarpe, figurarsi mettere piede su un mezzo di trasporto dopo averle abbandonate per strada!
«Ma certo. Non ti sentiresti un po’ più libera? Magari potresti anche togliere quella mantella tutta sporca, qua dentro non ne avrai alcun bisogno.»
La bambina abbassò lo sguardo sulla mantella che indossava. In effetti era davvero sporca, e non era affatto un bello spettacolo. Fece per sfilarla, ma si fermò nuovamente, dubbiosa. Si sporse per lanciare uno sguardo all’interno del mezzo.
«Come mai non c’è nessun altro?» chiese con un’espressione perplessa sul viso.
La conducente sorrise rassicurante, inclinando un poco la testa di lato cercando di intercettare il suo sguardo.
«Perché io sono qui apposta per te, e per nessun altro. Una corsa speciale nell’autobus più bello che questo mondo abbia mai visto.»
L’autobus, in effetti, era bello davvero. Il più bello che la bambina avesse mai visto. Ma non bastò a rassicurarla abbastanza da convincerla a salire a bordo.

«Potremmo fermarci, lungo la strada?» chiese, intrecciando nervosamente le dita delle mani.
«Dove?»
«A casa della nonna. È il suo compleanno oggi, le stavo portando un regalo. Ecco, guarda!»
Così dicendo portò una mano alle spalle, ma lo zainetto che contava di trovare non c’era. Sobbalzò e girò comicamente su se stessa alla sua ricerca, mentre le lacrime iniziavano a rigarle le guance.
«Non c’è più! Il mio zainetto non c’è più, devo ritrovarlo.»
Si allontanò di qualche passo dall’autobus, ma la voce della conducente la richiamò perentoria.
«Ferma! Non puoi andare a cercarlo.» 
«Perché no?»
«Perché quello zainetto non ti appartiene più.»
La bambina tornò triste alla porta, alzò gli occhi cercando quelli dell’autista e disse, trattenendo a fatica le lacrime: «Non voglio andare.»
«Lo so. Nessuno vuole. Ma ti prometto che sarà un bel viaggio.»
«Potrò rivedere mamma e papà? E la nonna?»
«Sì, un giorno potrai.»
«Quando?»
«Oh, dipende. Dove siamo dirette, il tempo ha tutto un altro significato. Sono sicura che li vedrai prima ancora di aver finito di abbracciare tuo nonno.»
A quelle parole, gli occhi della bambina si illuminarono e sul suo volto si disegnò un bel sorriso.
«Il nonno? Rivedrò il nonno?»
«Certo. E sono sicura che non si aspetta la tua visita. Forza, andiamo a fargli una sorpresa!»

La bimba intrecciò ancora una volta le dita e prima di salire sull’autobus lanciò uno sguardo alle sue spalle. Poco distante dal paraurti posteriore del mezzo, un’automobile in panne era ferma a bordo strada. Aveva la portiera aperta e tra le ruote anteriori era incastrata una bicicletta contorta. Poco più avanti, seminascosto nell’erba alta del ciglio, giaceva un piccolo corpo avvolto da una mantella sporca di fango e sangue. Un uomo camminava nervosamente avanti e indietro con un cellulare all’orecchio. Parlava con qualcuno ed era piuttosto agitato, ma la bambina non poteva sentire le sue parole. 

Per l’ultima volta si guardò le mani e osservò le gocce di pioggia attraversarle. Chiuse gli occhi per un istante, poi si fece forza e salì sull’autobus.
«Non mi hai detto come ti chiami» disse con dolcezza la bella conducente mentre la porta si chiudeva alle spalle della bambina.
«Gaia. Mi chiamo Gaia.»

Illustrazione a cura di Martina Nenna.