Le poesie di Eugenio Montale: il mare della Liguria attraverso i versi del poeta

Le poesie di Eugenio Montale: il mare della Liguria attraverso i versi del poeta

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Quest’anno le nostre vacanze estive saranno più difficili da organizzare, soprattutto all’estero, ma non dobbiamo sentirci limitati: l’Italia è uno dei più bei paesi del mondo, con i suoi paesaggi e la sua cultura. Un ottimo esempio di ciò è la Liguria! Qui i due elementi si fondono, dando vita a qualcosa di più di una vacanza turistica, ovvero un viaggio letterario tra i suggestivi scenari delle Cinque Terre. Invece, per chi quest’anno non avrà occasione di viaggiare, sarà possibile esplorare queste meraviglie UNESCO dal proprio divano, facendosi trasportare dalle liriche di Eugenio Montale. Dagli ossi di seppia che il mare trasporta a riva sotto il sole rovente, alla casa del poeta che giace a strapiombo sulla scogliera dove si infrangono le “lame d’acqua”, la poesia di Montale è intrisa di luoghi liguri e trasfigura in una metafora di vita ogni scorcio di questa terra. 

Il mare come metafora della condizione umana

Nato a Genova nel 1896 e premio Nobel per la letteratura nel 1975, Eugenio Montale trascorre la sua infanzia e giovinezza tra la città natale e il pittoresco paese di Monterosso, nelle Cinque Terre. È chiaro quindi il motivo per cui il mare abbia ricoperto un ruolo fondamentale nella sua esistenza e sia stato fonte d’ispirazione per le sue liriche. Si tratta di un tema tanto importante quanto bivalente: 

[…] perché dal mare l’io si sente quasi risucchiato, potentemente, come dall’elemento mitico per eccellenza vitale, ma insieme ne è rifiutato, espulso, confinato a terra; il mare è dunque la pienezza, l’integrità impossibile, quella della Vita stessa, contemporaneamente cantata a piena voce e negata al soggetto che la canta […].

P.V. Mengaldo, La tradizione del Novecento, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, pp. 66-113, vol. 4.

Già a partire dal titolo, la raccolta Ossi di seppia è evocazione e allo stesso tempo allegoria della miseria e dell’emarginazione della condizione umana, sentimenti su cui si fonda la prima produzione lirica del poeta: così come questi residui calcarei vengono gettati a riva dalle onde, l’uomo viene esiliato dal mare. Escluso da ogni possibilità di felicità, viene anzi costretto al travaglio quotidiano, in un paesaggio arido, come quello di Meriggiare pallido e assorto

Quest’ultimo è uno dei componimenti più celebri della produzione montaliana, che altro non è se non una perfetta descrizione del borgo di Monterosso nelle ore più calde del pomeriggio, proprio quando si può percepire il rumore lontano del mare e il canto delle cicale tra gli arbusti. I particolari descritti, dal lavorio delle formiche al verso secco dei merli, si costruiscono insieme per dare un significato universale; in questo modo denunciano la condizione limitata del soggetto e l’esperienza di isolamento che viene ripresa nella chiusura della lirica, ma allo stesso tempo si fanno portatori di una verità assoluta: l’uomo è simile alle formiche rosse che si muovono incessantemente senza meta. I “cocci di bottiglia’’ che stanno sopra la muraglia dell’orto alludono alla condizione di prigionia esistenziale e fanno del mare una meta sognata per una possibile fuga. 

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. 

E. Montale, Ossi di seppia, Milano, Mondadori Editore, 2018, pp. 60-62.

Altra lirica che tratta della condizione umana è L’agave sullo scoglio, dove è più chiara la fusione tra meditazione esistenziale e descrizione del paesaggio marino della Liguria. “L’arsiccio terreno gialloverde’’ e il cielo oscuro, percorso soltanto da qualche fiocco di nuvola, sono metafora ma anche scenario dell’immobilità e della passività dell’io lirico. “Ore perplesse”, “inafferrati eventi”, “cose malferme della terra”, descrivono perfettamente situazioni e fatti trascorsi senza che il soggetto li abbia veramente compresi e vissuti. Lo scambio uomo-natura, l’estasi panica tipica di D’Annunzio, sono qui concepite come tormento con l’utilizzo di vocaboli tipicamente danteschi ed espressionistici ma anche tramite una sintassi spezzata, caratterizzata da molti enjambements. Lo snodo decisivo avviene verso la chiusura della lirica, quando il poeta si identifica con l’agave. Come questa pianta tipica della macchia mediterranea resiste abbarbicata su uno scoglio al rovente vento di scirocco e all’irruenza del mare in burrasca, così l’uomo cerca di opporsi alle condizioni avverse che la vita presenta, rimanendo però consapevole che non potrà resistere all’infinito.

O rabido ventare di scirocco
che l’arsiccio terreno gialloverde
bruci;
e su nel cielo pieno
di smorte luci
trapassa qualche biocco
di nuvola, e si perde.
Ore perplesse, brividi
d’una vita che fugge
come acqua tra le dita;
inafferrati eventi,
luci-ombre, commovimenti
delle cose malferme della terra;
oh alide ali dell’aria
ora son io
l’agave che s’abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d’alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce;
e nel fermento
d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come un tormento.

E. Montale, Ossi di seppia, Milano, Mondadori Editore, 2018, pp. 171-173.

Il borgo di Monterosso al Mare

A inaugurare Meriggi, la quarta e ultima sezione della raccolta degli Ossi di seppia, è la poesia Fine dell’infanzia. Qui viene ripreso il tema di Mediterraneo, sancendo il distacco dalla mitica stagione della giovane età, trascorsa nel suggestivo borgo di Monterosso, tra la villa dei genitori del poeta, le spiagge e le colline lontane. Attraverso il confronto con il proprio interlocutore privilegiato, il mare, Montale raffigura il passaggio dall’infanzia alla vita adulta, cioè la rottura di un rapporto armonioso con l’indifferenziato naturale e la scoperta della propria specificità individuale. 

Grazie alle parole e alle immagini del poeta, il borgo ha avuto la fortuna di eternarsi, descritto perfettamente nel suo contesto naturale che, a oggi, si presenta ancora in gran parte intatto e cristallizzato, come nei versi montaliani.
I mattoni antichi, rosso scarlatto, sono tipici delle case di Monterosso, che si affacciano sul mare tra i cespugli di tamerici per lo più scolorite da caldo e siccità. Ed è proprio in quegli arbusti che il poeta vede riflessa la propria inquietudine e indecisione preannunciando le parvenze sofferenti della sua lirica: «apparenze malfide / la musica dell’anima inquieta / che non si decide». Montale, poi, dal gruppetto di case che la conca ospita, allarga la descrizione di quel mondo confinato per arrivare all’orizzonte più ampio del paesaggio circostante, cinto tutt’intorno dalle colline con i loro uliveti.

[…] Pure colline chiudevano d’intorno
marina e case; ulivi le vestivano
qua e là disseminati come greggi,
o tenui come il fumo di un casale
che veleggi
la faccia candente del cielo.
Tra macchie di vigneti e di pinete,
petraie si scorgevano
calve e gibbosi dorsi
di collinette: un uomo
che là passasse ritto s’un muletto
nell’azzurro lavato era stampato
per sempre – e nel ricordo.

E. Montale, Ossi di seppia, Milano, Mondadori Editore, 2018, pp. 162-169.

Infine, in Casa sul mare, la spiaggia descritta è per il poeta un luogo della memoria, una spiaggia in cui il tempo si ferma e i minuti si fanno “eguali e fissi”, da cui guardare l’orizzonte che si apre dentro e fuori l’anima. Il paesaggio ligure, in questa poesia, è ancora immagine interiore che apre alla riflessione e si fa veicolo del messaggio del poeta. A partire dal titolo, è evidente il legame figurale istituito tra la realtà visiva e le metafore esistenziali. In particolare, il ritorno a questa casa dell’infanzia si riflette nel viaggio stesso della vita, privo di senso. Il motivo della ripetizione è trasmesso dalla descrizione dei moti costanti del mare, che lentamente colpiscono la riva della spiaggia, e la distesa marina mostra niente più se non dei “pigri fumi”, anche se talvolta da qui si possono scorgere in lontananza la Corsica e l’isola di Capraia. 

[…] Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.   

E. Montale, Ossi di seppia, Milano, Mondadori Editore, 2018, pp. 231-234.

Le Cinque Terre patrimonio dell’UNESCO

Nel 1997 le Cinque Terre vengono riconosciute come Patrimonio dell’Umanità UNESCO e poi meritevoli di protezione ambientale con l’istituzione del Parco Nazionale e la sua Area Marina Protetta nel 1999. 

La volontà dell’Ente del Parco di coniugare la tutela paesaggistica e ambientale con la storia culturale dei luoghi ha dato vita, in collaborazione con la rete dei Parchi Letterari Italiani della Società Dante Alighieri, a un percorso di conoscenza della terra de “i limoni”, delle “lame d’acqua” e dei “muri d’orto”, attraverso la chiave di lettura della poesia. L’esperienza stimola così il lettore a crearsi una diversa conoscenza di questi luoghi, che non vanno osservati solo per la loro bellezza naturale, ma percepiti attraverso la comprensione dell’identità che li caratterizza. Un invito a immergersi a fondo in quella Liguria narrata da Montale, lontana dall’idillio ma più autentica, che, come una terra aspra e ostile, è sempre pronta a rivelare i “cocci aguzzi di bottiglia”, “l’orizzonte in fuga” o l’ancora più atroce e spietato turbamento dettato dal “male di vivere”.

Le parole del poeta aderiscono perfettamente al paesaggio e ne restituiscono gli odori, i colori, i suoni, anche quelli più deboli e lontani. Non c’è modo di staccare dalle Cinque Terre lo sguardo profondo di Montale, che le ha intese come una sinestesia di sensazioni, rendendo celebre nel mondo questo spettacolo di natura e architettura con i suoi muretti a secco, i terrazzamenti e i lunghi filari di ulivi che corrono giù a picco verso il mare.

Lo stesso mare che ha parlato a Eugenio Montale, sarà per tutti i turisti che vorranno scoprire la Liguria, uno spettacolo non solo da gustare con gli occhi ma, anche e soprattutto, con il cuore!

Illustrazione di Noemi D’Atri.