H.P. Lovecraft e l’orrore cosmico degli abissi

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Howard Phillip Lovecraft (20 agosto 1890 – 15 marzo 1937) è noto nel mondo della fantascienza e dell’horror come il Solitario di Providence. Visionario scrittore e precursore di molti temi legati a questi due generi, elaborò l’orrore cosmico, già esplorato da Edgar Allan Poe, in modi nuovi e mai scritti prima: era semplicemente terrorizzato dalla prospettiva dell’infinito; ci permettiamo di insinuare che ne fosse anche vagamente innamorato.

I racconti di Lovecraft e le mitiche creature da lui ideate hanno contagiato un vastissimo pubblico, ossessionato da qualsiasi cosa presenti quella sfumatura di oscurità strisciante tipica del suo immaginario. Il mercato è quasi saturo di libri, fumetti, manga, videogiochi, canzoni, giochi da tavolo e film d’animazione basati sugli incubi dello scrittore. La sua opera è stata venerata a tal punto che molti colleghi hanno attinto dalle sue opere per dare vita a propri racconti, espandendo la raccolta di miti da lui creati fino a ottenere le proporzioni titaniche degli Cthulhu Mythos. Non deve stupire che gli ammiratori di Cthulhu e compagni siano così appassionati del fosco mondo di Lovecraft: sono stati semplicemente contagiati dalla passione che lui stesso provava per il suo lavoro.

I suoi racconti sugli orrori dell’universo non sono altro che travolgenti dichiarazioni d’amore e fascinazione per l’ignoto e l’infinito. Entrambi sono concetti cari allo scrittore che li associava prevalentemente all’universo, ma non solo ad esso: anche l’oceano era, ai suoi occhi, una discreta fabbrica del terrore.

Culla di orrori

L’oceano è, dopo l’universo, la seconda culla di orrori scaturiti dalla penna del Solitario di Providence. Ospita infatti innumerevoli mostri, terrificanti divinità decadute e decadenti, perdute – ma non troppo – nella profondità degli abissi. La più famosa triade di racconti legati all’oceano include: Il richiamo di Cthulhu (1928), La maschera (o l’ombra) di Innsmouth (1936) e Dagon (1919).

Nel mondo lovecraftiano, ciò che lega le acque al cielo è la loro profondità. Essa risulta infinita se paragonata alla piccolezza del comune osservatore di oceano e universo: l’uomo. Ovviamente il cosmo è un infinito effettivo, anzi, è la manifestazione fisica dell’infinito e proprio per questo è la culla primigenia dell’orrore per lo scrittore. L’oceano – di natura tutto sommato finita – ne è un mero surrogato. Tuttavia, la fascinazione grottesca che l’oceano riesce a esercitare non è inferiore a quella dell’universo, questo perché Lovecraft lo vede come lo specchio terreno del cosmo, un abisso più piccolo che riflette l’abisso maestoso del cielo stellato. Lo specchio d’acqua è miniatura che ricalca l’universo, avvicinando le sue meraviglie e il suo mistero alla dimensione umana.

Il piccolo essere senziente e immaginoso, ogni volta che viene messo di fronte a questa doppia infinità, amplificata, ingigantita e riflessa, può solo sentirsi annullato dal terrore. Un terrore cosmico, appunto, ma non perché sia prerogativa esclusiva del cosmo, bensì perché è cosmico e colossale l’effetto che produce su chi è tanto inferiore.

Immaginazione a doppio taglio

L’uomo è reso minuscolo e indifeso dall’indifferenza del cosmo, così come lo è di fronte alla furia e all’imprevedibilità dell’oceano, ma ha una grande capacità: l’immaginazione. Questa capacità è tutto fuorché utile nell’opinione di Lovecraft, in quanto viene immediatamente rivolta contro chi la esercita. È vero che l’immaginazione permette all’uomo di popolare l’ignoto e l’infinito con creature di sua invenzione, ma esse non hanno scampo: potranno essere soltanto ignominiose e terribili, affascinanti e incredibili. Soprattutto, saranno per forza pericolose. Questa malvagità inevitabile rappresenta una contraddizione non scontata. Infatti, un elemento sconosciuto può essere qualsiasi cosa proprio perché non è dato sapere che cosa sia, ma questa considerazione non vale per Lovecraft. Nei suoi racconti l’ignoto non può suscitare un sentimento diverso dalla paura e dal fascino grottesco che da esso scaturiscono.

Questa è l’intima natura dell’oceano che da sempre attira lo sguardo dell’uomo come nemico, come risorsa inesauribile e come meraviglia della Terra. La sua terribile bellezza nasconde segreti abissali, per questo i mostri di Lovecraft risultano convincenti, pur nella loro impossibilità di esistere concretamente, perché l’oceano è così vicino a noi e così insondabile allo stesso tempo, come un amico d’infanzia che nasconde oscuri segreti. O oscuri personaggi, come ad esempio…

Cthulhu

Il principale simbolo della scrittura di Lovecraft è sicuramente Cthulhu. Si tratta di un dio impostore oltre che di una reale creatura aliena, adorato ancora al giorno d’oggi attraverso giochi, racconti di altri autori e canzoni, tra le quali spicca The Call of Ktulu dei Metallica. Non solo è il mostro più amato, ricreato e mitizzato del pantheon di Lovecraft, Cthulhu è anche il simbolo più evidente del solido legame tra il cosmo e l’abisso nella mente del nostro scrittore.

Si tratta di un essere alieno caduto sulla Terra per oscuri motivi, poi ritiratosi nelle profondità dell’oceano, pronto a reinventarsi come divinità. Dalla sommersa città di R’lyeh egli esercita il suo richiamo onirico, percepito solo dalle persone più sensibili, cioè quelle più adatte a perpetrare l’immondo culto della sua persona; se “persona” si può dire. Fino a qui l’abbiamo dato per scontato, ma Cthulhu è un essere enorme, solo vagamente umanoide, il cui volto appare come un intero corpo di Kraken, fin troppo ricco di occhi e tentacoli.

Fonte: Pixabay

Le creature abissali di Innsmouth

Le creature abissali di Innsmouth sono invece mostri umanoidi, anche se loro fattezze ricordano pesci degli abissi o rane mostruose. Questa tipologia di connotati viene definita, per l’appunto, “la maschera di Innsmouth”. I discendenti delle creature possono infatti confondersi tra la gente normale, senza mai venire totalmente accettati. Infatti i loro lineamenti risultano tanto strani da far pensare a una maschera molto realistica, che disgusta chiunque abbia a che fare con loro. Questa caratteristica è un indizio della paura per il diverso che faceva parte della mentalità di Lovecraft-uomo, la quale spesso emergeva dalle parole di Lovecraft-scrittore.

Se la xenofobia marcata che può essere riscontrata tra le pagine del Solitario di Providence è assolutamente e giustamente criticabile, non si può negare che La maschera di Innsmouth sia uno dei suoi racconti meglio riusciti. La storia narrata in prima persona dal protagonista ci porta infatti a seguire le tracce degli uomini-pesce, a inorridirci di ogni scoperta, per poi indurci a sospettare di somigliare loro più di quanto avremmo mai pensato. Il concetto di paura del diverso viene così decostruito e assemblato nuovamente in una narrazione che esula dalla diversità ed entra a gamba tesa nell’ambito dell’identità. Le creature di Innsmouth mostrano all’uomo impaurito che ciò che deve temere non è altro che se stesso. Se potessimo resuscitare Lovecraft, molto difficilmente ammetterebbe di aver scritto un racconto dai risvolti tanto progressisti (per quelli che erano probabilmente i suoi canoni)!

Dagon

La storia di Dagon si differenzia dalle altre di questo orribile pantheon. Si tratta infatti di una delle poche creature di Lovecraft che ricalca una divinità realmente adorata in epoche antiche. Ci si riferisce al culto mesopotamico del dio Zagan, protettore del grano e ambasciatore di fertilità. Il racconto di Lovecraft descrive un essere molto diverso per scopi e funzione. Nell’opera, un naufrago impazzirà dopo essere scampato all’incontro con Dagon. Scampare alla terribile esperienza, non sarà sufficiente a salvarlo, perché il ricordo del mostro lo porterà a suicidarsi, non prima di aver trascritto il racconto-testamento della sua scoperta su cosa si cela nelle profondità oceaniche.

La storia di Dagon è particolarmente interessante perché sottolinea esplicitamente il legame che Lovecraft traccia spesso tra abisso e inconscio: l’abisso rappresenta la mente malata dell’umanità, popolata da mostri sotto la superficie. Questa riflessione ci fa dubitare della sanità mentale del protagonista: il naufrago potrebbe aver soltanto vaneggiato di una creatura abissale, indotto dalla fame e dal delirio della sua condizione. Dagon può dunque essere interpretato anche come la personificazione della solitudine, non solo quella fisica, dovuta all’assenza di persone intorno a noi, ma soprattutto quella mentale. Quel tipo di isolamento che sperimentano i pazzi, le persone non inserite, i diversi: la solitudine che ti rimane incastrata nella mente, della quale non ti puoi liberare neppure in un bagno di folla.

I mostri di Lovecraft sono entrati nel mito moderno per la profondità di concetti con cui sono caricati. Pochi scrittori hanno saputo creare un mondo così amato, così variegato e riproposto in mille modi da un pubblico adorante. È in questa adorazione postuma che troviamo la chiave di lettura più efficace per avvicinarci ai suoi racconti: la grande paura degli uomini è l’ignoto. Tuttavia, colui che ambisce alla conoscenza assoluta, non si salva. Il controllo dell’ignoto, ovvero dell’universo, come dell’oceano o dell’inconscio umano, non è compito dell’uomo. Si tratta invece di una prova: superarla significa accettare il mistero e le sue creature, consapevoli che la meraviglia insita in ciò è, e deve rimanere, inafferrabile.

Illustrazione di Sabrina Poderi